venerdì 22 febbraio 2019

Valerio Verbano



Valerio abita dal 1968  in Via Monte bianco 114 interno 12, con i genitori: Sardo, segretario capo della direzione generale dei servizi civili del Ministero dell’Interno in via Giovanni Lanza, è iscritto al Partito comunista da sempre, Carla infermiera all’ospedale S. Giovanni. Fra i condomini, al terzo piano, c’è anche un giovane studente con i baffi e la barbetta, si chiama Mario Merlino sarà coinvolto nella strage di Piazza Fontana per il suo ambiguo ruolo di fascista anarchico. Il piccolo Valerio si appassiona alle arti marziali e pratica judo e karate, inizia a frequentare il liceo Archimede di Roma dove consolida il suo interesse per la politica. Qui inizia il suo impegno nel settore della controinformazione: raccoglie informazioni sui giovani di destra e mette sotto osservazione i loro abituali luoghi di ritrovo, compie appostamenti e scatta molte fotografie. Raccoglie tutti gli articoli di giornali che trattano questi temi, compie precise schedature di ogni individuo di suo interesse. Dal febbraio 1979 in famiglia cominciano ad arrivare le telefonate anonime e le lettere di minaccia
 Il 22 febbraio le lezioni al liceo Archimede si interrompono alle 11.15, Valerio si incontra con i ragazzi del collettivo autonomo di cui fa parte, alle 12.30 i suoi genitori Carla e Sardo rientrano a casa dopo una mattinata trascorsa in ospedale e alle 12.45 qualcuno suona il campanello: Carla apre e si trova davanti due uomini a volto scoperto e uno sta indossando un passamontagna azzurro, ma la donna fa in tempo a vederlo in viso: ha capelli biondi, lunghi e ricci, è alto circa 180 cm, corporatura atletica, età 20/25 anni, indossa jeans e un giaccone di panno blu. Carla nota anche che gli tremano le mani, le sembra sia sotto effetto di droghe.  Legano le mani e i piedi di Carla e Sardo con del nastro adesivo marrone, sulla bocca mettono un fazzoletto e poi il nastro adesivo,li trasferiscono in camera da letto. Alle insistenti domande di Carla sui motivi di questa irruzione i tre rispondono che devo fare delle domande a Valerio.  Il giovane che rimane in camera con loro è quello con lo zucchetto, è armato con una beretta silenziata, è alto circa 170 cm, di corporatura media, tra i 20 e i 25 anni, il volto rasato, la carnagione scura e gli zigomi pronunciati, indossa un paio di jeans e una giacca nera. Gli altri due cominciano a rovistare ovunque avendo cura di indossare guanti da motociclista per non lasciare impronte: prendono un paio di Rayban a goccia, alcuni libri  e il teleobiettivo della macchina fotografica di Valerio. Alle 13.40 circa Valerio arriva a casa e viene subito aggredito dal commando, tenta di difendersi con la pratica delle arti marziali, ma non può far altro che soccombere ai tre ragazzi che fuggono subito dopo aver sparato. Valerio viene trovato disteso sul divano con le gambe a penzoloni, i vicini accorrono richiamati dalle urla dei suoi genitori. Viene chiamato subito il 113, Valerio perde sangue dalla bocca, alle 14.05 muore dopo essere giunto al Policlinico Umberto 1. La causa della morte è un proiettile penetrato all’altezza della dodicesima vertebra lombare, che ha reciso l’aorta addominale provocando la fatale emorragia. Una volta giunti sul posto gli inquirenti repertano il passamontagna, una beretta 7,65 e una borsa bianca appartenente agli assalitori che contiene la refurtiva di casa Verbano e cosa piuttosto strana viene rinvenuto anche un guinzaglio per cani. Nel muro del salotto viene repertato un proiettile e a terra un bossolo. In camera trovano due rotoli di nastro da pacco, gli inquirenti sequestrano anche tutto il materiale trovato in camera di Valerio. Gino De Angelis, uno dei condomini afferma di aver incontrato i tre ragazzi e fornisce una descrizione quasi identica a quella fornita da Carla. Il testimone aggiunge anche di aver visto Valerio in compagnia dei suoi assalitori qualche giorno prima del delitto. Poco dopo però ritratta tutto affermando di essere stato minacciato e trasloca altrove. Nei giorni seguenti arrivano diverse rivendicazioni sia da destra sia da sinistra. Dalle indagini emerge anche il passato di Valerio che il 20 aprile 1979 fu arrestato nella zona di Fidene a nord di Roma e condannato a 7 mesi di carcere per aver innescato un congegno incendiario in un casolare abbandonato in via Radicofani, tra le accuse anche la detenzione di una Beretta 7,65 Browning/.32 AUTO mod. 35 con matricola abrasa e un dossier molto consistente sulla estrema destra romana: in particolare sull’omicidio di Walter Rossi e Ivo Zini. Gli inquirenti dunque seguono la pista del delitto politico. Il 23 febbraio alle 23.30 sul davanzale dei fratelli Mambro in via Adalberto 7 a Roma esplode un ordigno; anche presso la sede del MSI del quartiere Prenestino in via Erasmo Gattamelata 126 viene posizionato un congegno con il tritolo. Domenica 24 febbraio un gruppo di autonomi assalta la sede del MSI di via Acca Larentia 28. Il 25 febbraio alle 15.30 si celebrano i funerali di Valerio, il giorno dopo dagli avvocati della famiglia Verbano danno la notizia che tutto il materiale documentale sequestrato quando Valerio fu arrestato ad aprile ‘79 è scomparso dagli archivi del Tribunale. Il 27 le fotocopie del dossier fantasma riappaiono sulla scrivania del giudice D’Angelo accompagnate da una lettera della Digos, sempre la Digos fa pervenire le 10 fotografie sviluppate dalla pellicola trovata nella macchina fotografica di Valerio, le foto sono sfocate, ma sembrano ritrarre la sede MSI di Via Valsoda.
Nel 1981 c’è una piccola svolta nelle indagini: il 6 gennaio alle 17.03 Luca Perucci viene ucciso nei pressi della propria abitazione con un revolver calibro 38, stesso calibro dell'arma che ha ucciso Valerio Verbano, ma le indagini scientifiche dimostrano che non si tratta della stessa pistola. L’omicidio è rivendicato dai NAR. Gli amici del ragazzo affermano di aver visto l’assassino avere una colluttazione con Luca prima del delitto e lo descrivono alto 170 cm, capelli castani, vestito con jeans e una giacca a vento color senape, età circa 18/20 anni. Tre mesi dopo il pentito Cristiano Fioravanti rivela che ad uccidere Luca è stato Pasquale Belsito che aveva militato con la vittima in Terza posizione Nel 1983 Sardo presenta al giudice Claudio D’angelo un memoriale nel quale individua tre ipotesi in merito al delitto del figlio: azione di rappresaglia per la sua attività antifascista, attività di controinformazione, collusione rossi-neri, i  magistrati non ritengono le informazioni fornite di alcuna utilità.
Nel 1987 il pm Loreto D’ambrosio ascolta la testimonianza di Sergio Calore il quale afferma che il silenziatore sulla Beretta 7,65 trovato nella casa di Valerio è stato costruito da Egidio Giuliani e da lui fornito a Roberto Nistri. Nel 1989 il procedimento vene archiviato e viene ordinata la distruzione dei corpi di reato mentre il revolver 38 special che ha sparato il colpo mortale non è stato mai trovato. Le indagini vengono purtroppo archiviate.

venerdì 15 febbraio 2019

Niente fiori ma...libri

Ecco i bellissimi libri ricevuti in regalo per S. Valentino:




- Aldo Giannuli "Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo" ho già letto diversi libri di questo autore dedicati agli anni di piombo e sono certa che avrò molto da imparare in questo volume dedicato ai sistemi di intelligence nell'era della globalizzazione.

- Giuliano Turone "Italia occulta" questo volume è incentrato sui gravi fatti accaduti in Italia nel triennio 1978-1980. Ricostruiti dal magistrato attraverso l'analisi dei minuziosi dettagli trascurati durante i processi per arrivare ad una visione globale di un periodo tragico, ma che non può sprofondare nell'oblio. 

- Giampaolo Beligni "Formato tessera. Chi erano, come vivevano e come morivano gli uomini che hanno combattuto il terrorismo in Italia" per la prima volta mi accingo a leggere un saggio che non si occupa di raccontare fatti legati agli anni di piombo o di narrare le vite di vittime e carnefici, ma offre la prospettiva di un giovane agente di polizia che illustra gli stumenti operativi e investigativi all'epoca a disposizione degli inquirenti

venerdì 1 febbraio 2019

Piccole gioie di gennaio


Vorrei tenere un piccolo diario mensile nel quale elencare i fatti piccoli e grandi che mi hanno rallegrato le giornate, una sorta di diario della gratitudine. La cosa di cui sono più felice è sicuramente vedere che Bach, il mio bassotto più grande, si è ristabilito completamente dopo il ricovero in clinica avvenuto poco prima di Natale. Veniamo ora alle frivolezze: 

Grace & Frankie Grace è una imprenditrice snob e cinica, Frankie è una pittrice buddista, vegetariana, animalista e fuma anche un po’ di erba. Alla soglia dei 70 anni scoprono che i loro mariti, soci in uno studio legale, sono innamorati l’uno dell’altro da più di 30 anni. Dopo il divorzio decidono di andare a vivere insieme per superare questo difficile momento mentre i mariti Robert e Sol organizzano le loro nozze. Grace lascia la propria azienda di cosmetica alle figlie e si dedica alla vendita online di vibratori per la terza età insieme all’inseparabile coinquilina. Da qui prendono avvio le vicende di quesa divertente serie tv. Ormai sono alla quinta stagione e continuo a seguire con grande piacere i quattro attempati protagonisti nelle loro vicissitudini quotidiane: gli spettacoli di teatro amatoriale di Robert, gli amori di Frankie e Grace e le vite ingarbugliate dei figli di entrambe le coppie.

N io e Napoleone è un bellissimo film in costume con Elio Germano nei panni di Martino Papucci, un oppositore di Napoleone che si ritrova suo malgrado a svolgere il ruolo di suo scrivano e confidente durante l’esilio all’Elba. Martino elabora alcuni piani per uccidere l’imperatore decaduto, ma falliscono tutti fino alla sua fuga precipitosa. La trama è tratta dal libro di Ernesto Ferrero di cui però modifica alcuni dettagli come l’età e il nome del protagonista.

Making a murderer è un documentario nato per rendere nota la persecuzione che la polizia della contea di Manitowoc ha perpetrato dal 1985 ad oggi ai danni di Steven Avery. La prima stagione si apre con il rilascio di Steven avvenuto nel 2003 dopo 18 anni di ingiusta detenzione con l’accusa di stupro e tentato omicidio di Penny Beerntsen. Avery fu processato e condannato nonostante avesse un alibi e la sua scarcerazione fu possibile grazie alle analisi del DNA effettuate su un pelo pubico trovato sulla vittima che risultò appartenere ad un altro uomo. Avery intenta una causa civile per un risarcimento da 36 milioni di dollari contro la contea di Manitowoc, ma nel 2005 viene accusato dell’omicidio di Teresa Halbach una fotografa che fu vista viva per l’ultima volta nella sua proprietà. Gli avvocati della difesa nei vari gradi di giudizio hanno tentato invano di dimostrate il complotto: la manomissione delle prove, la confessione estorta a Brendan Dassey, un ragazzo con gravi problemi di apprendimento e un quoziente intellettivo molto al di sotto della media, senza la presenza di un legale a sua tutela. Nella seconda stagione la vera protagonista è Kathleen Zellner, la nuova avvocatessa di Avery esperta nel dimostrare l’innocenza dei suoi assistiti anche in caso di condanne già confermate.

I migliori amici dell’uomo è un documentario ad episodi nei quali vengono illustrate le molte sfaccettature dell’universo canino. Il primo protagonista è Rory un cane affidato ad una ragazzina che soffre di gravi crisi epilettiche allo scopo di aiutarla ad essere più autonoma segnalando le crisi prima che si verifichino. Nel secondo Zeus è il cane di un profugo siriano fuggito in Germania che organizza una staffetta assai pericolosa per riabbracciare il suo compagno a quattro zampe. Nel terzo episodio Ice è un anziano labrador che va ogni notte a pesca sul lago di Como con il suo proprietario, un ristoratore di Bellagio. Nel quarto episodio entriamo nel modo della toelettatura con una gara a livello mondiale e nel successivo assistiamo alla lotta per la sopravvivenza di un rifugio per cani abbandonati in Costa Rica.  L'ultima tappa di questo viaggio ci porta a New York per vedere come i volontari di una associazione animalista aiutano i cani abbandonati a trovare una nuova famiglia. In ogni puntata ho trovato spunti di riflessione, mi sono commossa e ho riso, consiglio la visione a chi ama i cani e anche a chi non li sopporta…magari cambierà idea!

Innocente un altro documentario del genere true crime offerto da Netflix, come avrete capito sono una appassionata di gialli e storie criminali in genere. In questo caso siamo in Oklahoma nel 1982, nella città di Ada Debbie Carter viene uccisa nella propria abitazione e dopo due anni un’altra giovane donna scompare misteriosamente. Del delitto vengono accusati Ronald Keith Williamson e Dennis Fritz che dopo un processo sommario vengono condannati, ma nel 1999 ad un passo dalla pena capitale vengono scagionati dall’esame del DNA individuando in Glen Gore il vero responsabile del delitto. Per la scomparsa e l’omicidio di Denice Haraway vennero accusati e condannati Tommy Ward e Karl Fontenot attualmente ancora in carcere continuano a professarsi innocenti. Questo documentario è liberamente ispirato al libro omonimo di John Grisham che è presente con una breve intervista. 

Il metodo Kominsky ancora una serie tv dedicata alla terza età e con attori di grandissimo livello. Nella prima puntata vediamo Sandy Kominsky attore ormai ai margini del mondo dello spettacolo al funerale della moglie del suo caro amico e agente Norman Newlander. Sandy ha rinunciato a vivere la recitazione da protagonista e si dedica con passione all’insegnamento mentre aiuta l’amico a ritrovare l’equilibrio dopo il grave lutto subito. La trama poi si sviluppa alternando momenti molto divertenti ad altri più seri e a tratti commoventi, vediamo infatti Sandy affrontare i suoi problemi di prostata e Norman la tossicodipendenza della figlia. I dialoghi sono molto veloci, taglienti e forse troppo spesso contraddistinti da un cinismo che a volte sfocia in vera cattiveria. Spero che nella seconda stagione i temi fino ad ora solo marginalmente toccati verranno maggiormente approfonditi. Trovate tutto su Netflix.

Puzzle Clementoni babbo natale ci ha portato questo bellissimo puzzle al quale ci stiamo dedicando nelle fredde serate invernali, appena sarà incorniciato lo appenderemo in bagno dove ne abbiamo già un altro sempre a tema Titanic e un poster acquistato in viaggio di nozze del vascello svedere Wasa .


Libri acquistati all’usato da sinistra un piccolo volume originariamente venduto con il Corriere della sera "Concordia la vera storia", al centro "La chiamavano Bimba" nel quale Ilaria Cavo traccia un interessante ritratto di Anna Maria Franzoni ed infine il famoso libro dedicato al mostro di Firenze scritto da Giuttari e Lucarelli "Compagni di merende" 


Chiacchiere fatte in casa mi sono cimentata per la prima volta con questa preparazione, il risultato non è stato esaltante perchè erano più dure e meno croccanti del previsto, direi che ci sono ampi margini di miglioramento, ma almeno l'aspetto è gradevole.






martedì 29 gennaio 2019

Parla mia paura




In questo libro autobiografico l’autrice ci apre il suo mondo interiore, cadiamo con lei nel pozzo nero delle sue paure. Gli attacchi di ansia e di panico dominano la sua vita per anni, la vediamo mettere in atto strategie di evitamento (automobili, mezzi pubblici, luci, al neon) e rituali ripetuti in modo ossessivo che la portano ad un isolamento pressoché totale e ad avere fantasie di morte: cammina sulla provinciale sperando di essere investita e compie anche un tentativo di impiccagione per fortuna andato a vuoto per il rientro anticipato della sua coinquilina. Decide infine di iniziare un percorso con una psicoanalista durato sette anni, la diagnosi è depressione ansiosa reattiva ed emerge, durante le sedute, il grande peso di un lutto lontano nel tempo, ma che porta con sé un senso di colpa enorme. In coincidenza con la fine di una convivenza durata quattro anni comincia a perdere peso e muta la percezione del suo corpo che non riconosce più come parte del sé. Per cercare di ritrovare un po' di serenità si affida anche ad un chirurgo plastico e per un anno ogni giovedì si reca da lui con il progetto di ridurre il seno, per lei troppo abbondante e che era stato fonte di grande disagio fin dall’adolescenza. Durante l’anno di attesa per l’intervento il chirurgo la pesava ogni settimana attendendo paziente che l’anoressia si stabilizzasse ad un peso accettabile prima di procedere. Era necessaria una riconversione mentale, bisognava che Simona acquisisse una nuova immagine di se stessa prima di effettuare l'intervento chirurgico. Simona soffriva di depressione, era ormai anoressica e aveva una percezione alterata del proprio corpo chiamata dismorfofobia somatopsichica. Simona inizia a stare meglio, accetta il suo nuovo corpo con serenità e la psicoterapia l’aiuta a perdonarsi per la morte del fidanzato, quando però decide di avere un figlio con il nuovo compagno ripiomba nel suo tetro tunnel, la depressione post partum si impossessa di lei senza alcuna pietà. Si sente incatenata agli obblighi dell’accudimento: quel neonato pretendeva la sua attenzione esclusiva, il suo tempo, il suo corpo e tutti i suoi pensieri, con l’aiuto di una tata e il trasferimento dalla montagna alla pianura emiliana la quotidianità migliora. Quando finalmente il bambino (che nel libro non viene mai chiamato per nome) inizia ad esprimersi anche lei vede una luce in fondo al tunnel. La parte finale del libro è quella che ho ritenuto più noiosa: i capitoli dedicati ai giardini e a Venezia mi sono sembrati un po’ interlocutori, ma soprattutto quello dedicato alla storia della psichiatria e ai centri di salute mentale dell’Emila Romagna è apparso ai miei occhi come una inutile conclusione ad un percorso coinvolgente, duro e profondamento vero e onesto. Nel complesso ho apprezzato moltissimo questo libro, mi ha davvero toccato nel profondo e marginalmente mi sono riconosciuta nel vissuto di questa donna e nella consapevolezza che con la depressione si deve imparare a convivere.

giovedì 24 gennaio 2019

Guido Rossa




Guido Rossa nasce a Cesiomaggiore in Veneto, l’alpinismo è la sua passione più grande insieme alla pittura, alle sculture in legno. Durante l’adolescenza si trasferisce a Torino e inizia a lavorare in fabbrica a 14 anni dove grazie alla sua creatività e alla grande manualità riesce ad inventare il chiodo a espansione e costruisce martelli e altri attrezzi da usare per l’arrampicata. Con la famiglia andava sempre in campeggio a Riva Trigoso con una tenda a casetta. Era sempre presente come volontario alle feste dell’unità e proprio in uno di questi eventi aveva portato un taglia patate a forma di falce e martello di sua creazione. Sempre attento ai diritti dei lavorati diventa Delegato nel Consiglio di fabbrica. Dopo il delitto nel suo armadietto vengono ritrovati molti blocchi di appunti in cui per cinque anni aveva annotato ogni singolo evento riguardante l'attività sindacale in fabbrica e ritagli con gli articoli dedicati al terrorismo. Nell’ultimo anno il suo comportamento subisce molti cambiamenti, non accompagna piu’ la figlia a scuola, evita di restare per strada con la moglie e la figlia, mette in atto molte cautele senza però spaventare i suoi familiari, senza confidare a nessuno i suoi timori. Ai colleghi raccomanda di non essere mai abitudinari sia  negli orari degli spostamenti sia nei percorsi, di essere sempre guardinghi e di controllare di non essere seguiti.  Il 25 ottobre 1978 Francesco Berardi viene scoperto mentre diffondeva volantini delle BR, nessuno in fabbrica voleva firmare la denuncia e Guido si offre di farlo pur sapendo quanto questa scelta comportasse dei rischi. Nei giorni successivi trova biglietti di minaccia nell’armadietto della fabbrica e riceve anche telefonate anonime a casa, decide però di tenere la cosa per sè evitando di preoccupare la moglie. Decide infine di acquistare una pistola che per un po’ di tempo porta sempre con sé, fino a quando un giorno uscendo di casa vede un uomo che sembra attenderlo, quindi si prepara a sparare. Quando l’uomo si allontana capisce di essersi sbagliato e dal quel giorno lascia sempre l’arma a casa. Decisione che gli sarà fatale. Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa esce di casa molto presto per recarsi al lavoro, si muove veloce guardandosi attorno con circospezione, raggiunge la sua auto, fa appena in tempo a salire quando viene raggiunto da Vincenzo Guagliardo che gli spara attraverso il finestrino quattro colpi alle gambe con la sua 7.65. La vittima cerca inutilmente di difendersi dando dei calci e raccogliendo le braccia per proteggere il petto. Riccardo Dura un altro membro della colonna genovese delle BR spara al cuore di Rossa uccidendolo. Lorenzo Carpi resta alla guida del furgone che ha condotto il commando in via Fracchia. Sua figlia Sabina esce alle 7 circa e passa vicino all’auto del padre, ma non la nota e non si accorge neppure del corpo riverso all’interno. Poco dopo essere entrata in aula viene a prenderla la mamma di una compagna e la riaccompagna a casa spiegandole che il padre ha avuto un incidente. Poi la tragica scoperta. L’omicidio Rossa provoca una lacerazione all’interno delle Br poiché la direzione strategica aveva deciso di ferirlo a titolo di monito per evitare che altri facessero “la spia”. I brigatisti hanno dato interpretazioni diverse alla scelta di Dura di uccidere Rossa: secondo Enrico Fenzi si è trattato di una sua decisione autonoma, secondo Fulvia Miglietta invece Dura è intervenuto perché credeva che Guagliardo avesse problemi con la sua arma. Luca Nicolotti sostiene che Rossa viene visto dalle BR come un vero e proprio traditore e per questo deve essere punito anche per evitare che altri facciano la sua stessa scelta, e che il problema Berardi poteva essere gestito direttamente dal servizio d’ordine del PCI, ma nessuno ha voluto prendersi la responsabilità poi delegata ai Carabinieri che però, per procedere, avevano bisogno che qualcuno firmasse la denuncia e qui entra in gioco Guido Rossa. Concorda con questa visione il generale Nicolò Bozzo secondo cui il responsabile della vigilanza interna dell’Italsider, il capitano dei carabinieri Bonino, avrebbe dovuto informare Dalla Chiesa che era a capo di una unità speciale per il contrasto al terrorismo, invece chiamò il comandante della stazione di Rivarolo, maresciallo Mumolo. Dunque la causa indiretta della morte del sindacalista fu un corto circuito informativo tra le forze dell'ordine, davvero agghiacciante! In merito alla dinamica del delitto Nicolotti afferma che secondo lui non c’è stata premeditazione, ritiene infatti che la decisione di ucciderlo da parte di Riccardo Dura è stata presa d’impulso provocata dalla reazione difensiva di Rossa. Nega infine che all’interno delle BR ci fossero dubbi sulla lealtà di Mario Moretti all’epoca capo della colonna genovese. Un’altra testimonianza importante è di Adriano Duglio infatti grazie a lui si affaccia la possibilità che il commando fosse in realtà composto da quattro uomini e non tre come si è sempre creduto. Si tratterebbe di un pentito della colonna genovese che aveva realizzato l’inchiesta per il delitto perché abitava vicino alla casa della famiglia Rossa. Il brigatista dopo il pentimento sarebbe stato fatto sparire con una nuova identità dai servizi. Secondo Renato Curcio, Dura ha agito in modo totalmente autonomo all’insaputa sia della direzione strategica, sia dei suoi compagni in questa azione. Franceschini è di diversa opinione, sostiene infatti che partirono due ordini diversi: uno per il ferimento dalla direzione strategica e un accordo separato tra Dura e Moretti per l’omicidio, infatti Dura all’epoca era il braccio destro di Moretti. Concludendo, nonostante gli assassini di Guido Rossa siano stati individuati e condannati ci sono ancora molti misteri attorno a questo delitto e alla storia delle BR più in generale.





mercoledì 23 gennaio 2019

Roberto Franceschi




Roberto Franceschi frequenta il secondo anno di Economia politica all’università Bocconi e quel martedì 23 gennaio 1973 è prevista una assemblea del movimento studentesco nel suo ateneo. E’ stato proprio Roberto il giorno prima a compilare e consegnare la richiesta. Il rettore Giordano Dell’amore autorizza l’assemblea a condizione che non sia consentito l’ingresso a studenti di altri atenei né agli operai. Poco prima delle 21 Roberto si trova vicino all’ingresso del Pensionato Bocconi  e vede i 100 poliziotti schierati in assetto di guerra all’angolo tra via Sarfatti e via Bocconi. E’ stato il rettore ad avvisare la polizia dell’assemblea senza che apparentemente ci fosse un pericolo contingente, la tensione tra i ragazzi cresce sempre di più e Sergio Cusani dopo una concitata telefonata al rettore, alle 22.15 circa decide di avvisare tramite un cartello che la riunione è rinviata a data da destinarsi. Alle 22.30 gli studenti iniziano ad allontanarsi e alle 22.45 quelli rimasti attaccano i poliziotti con urla e lancio di sassi. Le forze dell’ordine reagiscono immediatamente  rincorrendo i ragazzi in fuga e si cominciano a sentire numerosi spari. Roberto Franceschi viene colpito alla nuca e cade a terra, Roberto Piacentini viene ferito alla schiena e un terzo proiettile colpisce la portiera di una 500 blu parcheggiata in via Bocconi. I familiari di Roberto vengono a sapere di quanto accaduto all’una di notte, dopo essere rientrati nella casa di Via Emilio De Marchi 8, grazie ad una telefonata fatta da Francesco Fenghi un amico del figlio e si recano subito al Policlinico. Il ragazzo entra rapidamente in coma profondo e viene trasferito in rianimazione dove rimane fino al giorno della morte avvenuta il 30 gennaio 1973. Dopo la cerimonia funerale civile la famiglia si cere al cimitero di Dorga per la tumulazione. Il vicequestore Tommaso Paolella afferma che gli studenti lanciarono cubetti di porfido e due bottiglie incendiarie, una delle quali colpì il telone della campagnola del Tenente Addante. Il questore Allitto Bonanno conferma che l’autista della campagnola Gianni Gallo sparò due colpi dopo essere sceso dalla campagnola con il tetto in fiamme.  L’avvocato dello Stato Marcello Della Valle residente al quarto piano di un palazzo all’angolo tra via Sarfatti e via Bocconi, alle 22.45 testimonia di aver visto una persona in borghese con un cappotto grigio a capo scoperto, sparare quattro o cinque colpi in direzione degli studenti in fuga. Italo Di Silvio, bancario residente al secondo piano dello stesso palazzo vede un uomo vicino al semaforo tra via Sarfatti  e via Bocconi sparare contro la folla. L’ultimo testimone di questa drammatica notte è Roberto Piacentini, vede un uomo in divisa grigioverde che spara due colpi e uno con un cappotto blu compiere lo stesso gesto. L’inchiesta per l’omicidio e il ferimento di Roberto Franceschi e Roberto Piacentini viene affidata prima ad Antonio Pivotti e poi a Elio Vaccari che da subito si rende conto che le armi consegnate per la perizia balistica sono state manomesse, forse proprio per questa ragione viene estromesso dalle indagini avocate dal Procuratore Capo Giuseppe Micale. Finalmente ha inizio il processo e alcuni documenti fotografici dimostrano che la campagnola non è stata mai raggiunta dalla bottiglia incendiaria che risulta essere caduta a terra a poca distanza. Gallo è evidente dalle immagini che ha partecipato alle operazione di spegnimento utilizzando tra l’altro il proprio berretto. La perizia balistica ha accertato che le pallottole che hanno colpito i due ragazzi e la 500 provengono tutte dalla stessa arma: la pistola 7,65 in dotazione a Gallo. Sempre in quella notte si è potuto accertare che abbiano certamente sparato anche il Vicequestore Paolella, l’appuntato Cosentino, l’appuntato Vittorio Di Stefano e Agatino Puglisi. Dopo gli spari nella pistola di Gallo sono state inserite nel caricatore 2 o 3 cartucce. Dopo un iter giudiziario lunghissimo il 22 aprile 1985 tutti gli imputati sono stati assolti. Nella foto il monumento che ricorda i fatti avvenuti presso l'università Bocconi di Milano 

lunedì 21 gennaio 2019

GDL dicembre 2018



La settimana scorsa si è svolto l'incontro del mio gruppo di lettura e ci siamo confrontati su "Fair play" di Tove Jansson. Questo breve testo, parzialmente autobiografico, racconta uno stralcio della vita quotidiana di Mari e Jonna, due donne finlandesi di mezza età compagne nella vita da molti anni. Jonna è una scultrice mentre Mari è un’illustratrice, le due donne vivono nello stesso condominio, ma in due appartamenti distinti e i loro atelier sono contigui. E’ evidente da subito l’importanza che entrambe attribuiscono alla propria indipendenza, il rispetto assoluto degli spazi individuali nei quali dare sfogo all’urgenza creativa pur mantenendo sempre solido il loro equilibrio come coppia. Le due donne convivono solamente quando si recano su una piccola isola nel mare tra la Finlandia e l’Estonia dove hanno una piccola casa nella quale ospitano, in un episodio narrato nel libro, un burattinaio russo amico di Mari e una donna alla ricerca della propria identità. Nel romanzo non ci sono grandi colpi di scena, ma la descrizione di piccoli eventi quotidiani, uno sguardo sulle passioni che scandiscono la quotidianità di Jonna: l’intaglio del legno, i film western e l’attore Michael Fassbinder, le riprese effettuate con l’amata cinepresa Konika durante i viaggi con la compagna. A mio parere più che di un romanzo questo volume potrebbe essere definito una raccolta di racconti, con un comune denominatore: Jonna e Mari, la loro capacità di rinnovarsi e rinnovare il loro amore guardando ogni giornata, anche la più banale con occhi sempre curiosi.